martedì 31 agosto 2010

La lungimiranza di Giovannino


Nello schifoso sviluppo del caos che ha ostacolato un sereno svolgersi delle mie ferie estive, continuamente turbate dalle notizie e novità della politica nazionale, non ho potuto non pensare ad un breve racconto di Giovannino Guareschi che avevo letto qualche tempo addietro.

Non appena possibile, ho così interrogato la memoria del mio Pc, ed ecco li il brano, così illuminante pur nella sua meravigliosa semplicità. In esso Guareschi scrive : “Camminavo fra la gente che affollava le strade di quel mattino domenicale, e i muri erano coperti di parole stampate, e parole stampate erano impresse sull’asfalto, e milioni di parole dette si  addensavano in vaste nuvole grigie che sfioravano i comignoli.

Ed ecco che mi ritrovai in un viale deserto. Un viale fuori mano e fuori tempo, perché quel dì era il 7 giugno del 1953, ma io pensavo alla prima domenica di giugno e allo Statuto.
Mi fermai al margine del viale e aspettai che incominciasse la sfilata.
Eravamo soli, in quel viale: io e il mio cuore, ma ci facevamo tanta compagnia e l’attesa non ci pesava. Da lontano giunsero note di antiche marce militari e apparve l’avanguardia del corteo. Soldati in grigioverde sfilavano in parata e le bandiere erano quelle che io non avevo dimenticato.
Fra gli artiglieri uno ne riconobbi perché mi sorrise: ed era mio padre coi baffi neri e i gradi di caporalmaggiore. Altri ne riconobbi e tutti mostravano di avermi riconosciuto e gli ultimi del corteo
erano miei compagni di scuola e di reggimento.
Chiudeva la sfilata un fagotto di stracci grigioverdi: un poverino che arrancava tutto solo, distaccato dagli altri, e portava sulle magre spalle una sacca sbudellata piena di carabattole, e portava al collo un piastrino da prigioniero. Giovannino.
Io l’avevo lasciato un triste giorno del giugno 1946 e gli avevo detto addio.
Egli aveva vissuto assieme a me i giorni della volontaria prigionia, quando assieme - il corpo e l’anima - avevano lottato con la fame e la nostalgia per mantenere fede alla nostra bandiera.
Assieme avevamo camminato per le strade dell’Italia ritrovata, assieme avevamo pianto e sperato sulle rovine delle case.
Assieme ci eravamo arrampicati sul ripido sentiero del referendum e Giovannino mi aveva guidato la mano quando io piantai sulla riva una crocetta azzurra. Ci eravamo divisi quando l’ultima crocetta azzurra era stata contata: e Giovannino, l’altro me stesso, quello fatto d’aria e di sogni, si era sfilato da me. E caricatasi sulle spalle la sacca con la gavetta e il fornellino di latta, e riappeso
al collo il piastrino, era ritornato là dove, in cima al pennone, sventolerà in eterno la bandiera tricolore con la croce di Savoia.
La bandiera dei morti d’ogni tempo e d’ogni guerra; la bandiera dei giorni lieti e tristi, dei giorni luminosi e dei giorni grigi. La bandiera che accomunò tutti gli italiani dalle Alpi all’Etna.
Giovannino mi aveva lasciato e io gli avevo detto addio.
Ed ecco che quel 7 giugno di sette anni dopo, Giovannino riappariva in coda alla colonna delle ombre, nella sfilata dello Statuto.
Si fermò e mi venne vicino:
“Sono venuto a votare per il mio Re” disse.
“E gli altri?”
“Vengono a ricordare che non si può tradire il proprio Re”.
Camminammo fianco a fianco e io guardavo la sua meravigliosa miseria. Anche io un giorno ero stato uguale a lui. Lasciammo il viale deserto e ritrovammo la città con la gente nelle strade e i muri
coperti di carta stampata.
Ma ormai le parole scritte sui muri non avevano più nessun significato: lusinghe, minacce, promesse, accuse, calunnie.
Quale importanza potevano avere ora che Giovannino era tornato, ora che avevo
visto mio padre sorridermi?
Ritrovate il vostro cuore, italiani, il vostro vecchio cuore. Ricercate nei vostri ricordi lontani le parole della vostra maestra e del vostro vecchio libro di lettura.
Se volete ritrovare la fede in voi stessi. Non disprezzate le illusioni della vostra giovinezza lontana. Solo se l’albero ha profonde e nascoste radici sarà rigoglioso e darà frutti.
Diffidate degli uomini senza fantasia, degli uomini “positivi”: essi, attraverso l’arido cammino della tavola pitagorica, vi porteranno a negare Dio.
Ritrovate il vostro vecchio cuore, italiani: ritroverete le antiche virtù e comprenderete ciò che oggi non potete più comprendere: la divina bellezza della libertà.
Di quella libertà che state giorno per giorno perdendo, e voi lo sapete, ma rifiutate di accorgervene perché “l’importante è vivere e, insomma, si vive”: quando questa legione di astuti politicanti sarà riuscita a statizzare ogni umana attività, quando la polizia avrà schedato anche i vostri fazzoletti, chi
impiccherete al lampione, il giorno in cui verranno a “liberarvi” i cinesi o gli altri “liberatori” di turno? Voi sorridete e dite: “Esagerazioni: oggi si vive”.
D’accordo: e si vivrà domani e fra un anno, o fra due. Si vive sempre fin che
non si muore. Italiani, ritrovate il vostro vecchio cuore.
Cammino fra la gente che affolla le strade del mattino domenicale e al mio fianco è Giovannino, venuto da lontano per dare il voto al suo Re.
Non ha ricevuto da nessuno ordine di far questo: ma egli sa che, quando è in gioco il bene della Patria, egli deve intervenire per amore del Re.
Il 7 giugno, tra l’indifferenza delle masse italiane, si gioca la carta estrema della libertà e Giovannino è qui, accanto a me, e con me entra nella cabina elettorale, mi guida la mano mentre io traccio la crocetta sul segno della stella e della corona.
Poi se ne va senza aspettare che le calcolatrici contino le crocette per il Re: gli basta che ci sia la sua.
E se le calcolatrici poi stabiliranno che nessuna crocetta per il Re è stata trovata, egli non se ne preoccuperà eccessivamente, perché egli sa che la sua crocetta l’ha segnata.
Monarchici, c’è un modo solo per servire il Re: non tradirlo.
E io non lo tradisco: viva il Re!”

Scritto nel 1953, sembra così attuale da far impressione. Dove Guareschi scrive : “ (…) quando questa legione di astuti politicanti sarà riuscita a statizzare ogni umana attività, quando la polizia avrà schedato anche i vostri fazzoletti, (…)” oppure : “Diffidate degli uomini senza fantasia, degli uomini “positivi”: essi, attraverso l’arido cammino della tavola pitagorica, vi porteranno a negare Dio.”, egli rasenta la preveggenza ! Ciò è segno innegabile che l’attuale disordine politico ed istituzionale, la mancanza di valori etici ecc., non sono frutto del degrado degli ultimi anni, ma conseguenza immediata del nuovo corso repubblicano che l’Italia del dopoguerra aveva intrapreso !

Ora noi monarchici, o tutti coloro che si definiscono tali, hanno il dovere di far si che i valori che riteniamo irrinunciabili perché validi, vengano tenuti in evidenza da una classe dirigente dichiaratamente monarchica. Solo così potremo avere la certezza d’essere effettivamente rappresentati nell’agone politico. Dallo scioglimento delle nostre forze politiche in Parlamento nel 1972, decisione dell’On Covelli, quanto mai sbagliata e nefasta, dopo quella di SM il Re Umberto II di partire per il Portogallo il 13 giugno 1946 infatti, il nostro ideale non ha fatto che perdere forza, visibilità e seguaci, ed i monarchici sono divenuti serbatoio di voti per gli avventurieri di turno. Questi, molte volte, un minuto dopo essere stati eletti anche con i nostri voti, hanno dimenticato la parola data, lavorando spesso contro il nostro stesso ideale.
Ecco perché, al ritorno dalle vacanze estive, rinfrancato nel corpo e nello spirito, non posso che essere convinto della scelta fatta in questi anni. Al voto, la crocetta si mette sul simbolo della Stella e della Corona come Giovannino… Se questo simbolo non è presente sulla scheda elettorale, all’urna non mi ci si reca neppure !
Non è possibile tradire il Re: viva il Re!


Alberto Conterio - 31.08.2010