martedì 7 ottobre 2014

Come ti smonto lo stato sociale…



Come ti smonto lo stato sociale…
La precarizzazione dello stato sociale
 
Questa volta Berlusconi e il centro destra che il Cavaliere rappresenta non centrano nulla, e tutta farina della sinistra, quella finta, quella che assomiglia tanto alla destra liberista.
Ci aveva messo lo zampino Prodi, quello delle euroballe, dell’eurotassa, del cambio lira/euro in favore del marco tedesco. Lo stesso Prodi che smontò l’IRI per capirci. E la liquidazione, o il Trattamento di Fine Rapporto (Tfr) non fu più la stesso. Prima, rappresentava la sicurezza del lavoratore, pagato pronto cassa in una quindicina di giorni, poi rateizzato, suddiviso in porzioni ecc. ecc.


La nuova "trovata", è del Presidente del Consiglio Renzi, che al grido di “gli operai sono capaci di gestirsi da se” intende dare la possibilità di percepire il Tfr in busta paga mese per mese. Lo scopo (utopia già smentita dagli 80 euro al mese di qualche mese fa) è di favorire i consumi per far ripartire l’economia, il danno sta nel fatto che validiamo in questo modo la politica della cicala sulla formica: consumo oggi e poi domani si vedrà. L’esatto contrario di ciò che Istituzioni serie dovrebbero incentivare in nome del benessere sociale a medio lungo periodo…
E come se il ministro della sanità, proponesse alla popolazione di ingozzarsi di cioccolato oggi, senza preoccuparsi se domani il colesterolo dovesse alzarsi oltremodo. Chissenefrega, ci penseremo poi per Dio, l’importante e acquistare la cioccolata oggi, per incrementare il Pil! 
Tutto il progetto inoltre si basa – piccolo particolare – su denaro nostro! Il governo non ci mette un Euro.
Sta alla finestra e se la ride.
Verrebbe da ricordare un proverbio popolare (molto popolare e anche molto volgare) il proposito, ma non vogliamo abbassarci a tanto. Credo che si ben chiaro a tutti invece: anche questa volta la fregatura c’è, si vede benissimo e non porterà a nulla, se non all’ulteriore impoverimento della popolazione, senza peraltro favorire l’economia nazionale. Neanche quello!
In questa situazione di estremo svantaggio di competitività dovuto ad una moneta sbagliata, ogni soldo in più nelle mani degli italiani, non fa altro che favorire l’acquisto di beni prodotti all’estero, che “grazie all’Euro” abbiamo il “vantaggio” di acquistare a poco per via del cambio favorevole. Quindi niente lavoro per le fabbriche italiane, niente Pil, niente occupazione, niente gettito fiscale in più, nulla di nulla. Solo fumo negli occhi per impedire alla gente di ragionare con calma e porsi domande sul bisogno o meno di precarizzare ulteriormente il mercato del lavoro (vedere la riforma del lavoro e quanto riguarda l'ulteriore modifica dello Statuto dei lavoratori). Solo un’altra trovata pseudo elettoralistica quindi, con cui confondere le acque, e tacitare la fame, sempre più evidente che prova il popolo italiano alla quarta settimana del mese.
Intanto dalle segrete stanze di Bruxselles, è giunto a Palazzo Chigi il “consiglio” di recuperare i miliardi di mancato introito sul gettito fiscale dovuto alla mancata crescita (circa otto miliardi) aumentando le accise e le tasse sui prodotto alimentari di prima necessità… Il pane il latte e poi ancora un ritocchino all’IVA!!!
La Grecia si avvicina insomma!

Alberto Conterio - 07.10.2014

Significato storico della grande guerra



Significato storico della grande guerra
Evento storico che non può essere scisso dall’operato e dai meriti di Casa Savoia

Ricorre quest’anno il centesimo anniversario dell’inizio della grande guerra.  
Desideriamo scrivere, senza retorica pacifista (che non ci appartiene) che troviamo poco «opportuno» ricordare l’inizio di una guerra. Una guerra mondiale tra l’altro, che ha fatto innumerevoli vittime.
Avremmo voluto al contrario preparare una degna commemorazione del centesimo anniversario della Vittoria nella grande guerra, che avverrà nel 2018, ma questa commemorazione «anticipata» si rende necessaria, per tentare di arginare la disinformazione, l'inganno anche istituzionale dell'odierna repubblica.
Prendiamo spunto dalla Mostra al Complesso del Vittoriano di Roma, tenutasi tra il 31 maggio e il 31 luglio 2014, nella quale un visitatore attento e interessato al fatto storico, non ha potuto che restare deluso dai contenuti e dai significati che si è voluto trasmettere.


Le carenze della mostra, (iniziativa di apertura sulle celebrazioni per il centenario della Prima Guerra Mondiale, organizzata dal Governo italiano) sono chiaramente volute ed intenzionali. Non si spiega altrimenti la mancanza concreta di una spiegazione storica sulle diverse motivazioni che portarono alla guerra le diverse nazioni, alla quasi totale mancanza di documentazione sulle terre irredente di Istria e Dalmazia, così come non si spiega l’occultamento di eroi nazionali quali Nazario Sauro. In quest’ottica si comprende bene perché anche la «Vittoria» finale, sia stata trascurata da questa mostra in favore invece di una minuziosa puntualizzazione sul numero dei morti, dei feriti e di quanti, ritenuti colpevoli sono stati fucilati per diserzione o tradimento!
Per queste istituzioni, e per il politicamente corretto, una vittoria della nostra Italia non conta nulla, anzi diventa scomoda, un fatto da nascondere per quanto possibile! Sarà forse perché nonostante una guerra, l'Italia di allora era un'Italia migliore e rappresentava anche all'estero un esempio di cui essere orgogliosi, ...a differenza di oggi.

Definita da tutti come la più grande tragedia del XIX secolo dopo la Seconda Guerra mondiale, la Grande Guerra resta nell’immaginario collettivo come la guerra delle trincee e degli inutili macelli per la conquista di pochi metri di terreno, la guerra della stupidità. 
Una «inutile strage» la definì il Papa Benedetto XV nel 1916.
Sicuramente giusto e coretto, ma a cento anni di distanza, a noi spetta  una riflessione ed una analisi diversa, anche positiva di questo avvenimento storico e della conseguente vittoria, per riscoprire il significato e i valori che la grande guerra hanno trasmesso alla giovane Italia e agli italiani di allora. Valori quanto mai validi e necessari soprattutto oggi.

Per noi monarchici poi, celebrare la Vittoria, senza se e senza ma, dovrebbe essere un impegno preciso, perché significa ricordare il ruolo fondamentale ed insostituibile di Casa Savoia nello sforzo generale di un popolo intero, che nell'occasione e per la prima volta imparava a conoscersi e a essere tale.
  
Di fatto la guerra 1915-18 per l’Italia, rappresenta l’ultima guerra di indipendenza (la quarta, dopo quelle del 1848-49, 1859 e 1866) ed è la consacrazione quale nazione unita, in potenza mondiale.
Il Patriottismo che la ispirò e il Patriottismo che uscì da essa rafforzato nella vittoria riportata, cementarono le fondamenta del nostro Paese e contribuirono al sentimento di unità tra la gente per molti anni ancora dopo la seconda guerra mondiale.

E sarà forse per questo, che il 4 novembre è da tempo nel mirino delle istituzioni repubblicane e della sua politica per essere cancellata assieme ai valori che ha rappresentato e che potrebbe ancora rappresentare. L’occasione del centenario e delle sue celebrazioni, sono quindi una enorme occasione per rimettere al centro dell’attenzione «la storia» e la storia soltanto.
Ma perché si vuole cancellare questa data ?

Perché essa riveste un importante passaggio storico che dimostra con i fatti la falsità ideologica anti italiana e secessionista oggi imperante (non solo in Italia) minando alla radice i piani dei sostenitori della «repubblica globale» e gli interessi sovrannazionali della finanza.
Questo anniversario è stato nel dopoguerra, prima declassato e corroso dalle menzogne, e ora si sta tentando di dimenticare del tutto, o di abbinarlo a valori diversi, riduttivi e particolaristici o addirittura negativi, rispetto a quello originale. Come abbiamo già accennato poi, la grande guerra, come il Risorgimento è un evento storico che non può essere scisso dall’operato e dai meriti di Casa Savoia, e questo nell’odierna Italia repubblicana non è ammissibile.

La commemorazione di questo importante passaggio storico, vedrà quindi nei prossimi mesi sforzi immensi del governo di questa «piccola» repubblica nell'occultare e sminuire i motivi e i significati storici dell'epoca, e quando ciò non potrà essere fatto, verranno utilizzati la disinformazione e l'inganno. Dobbiamo essere consapevoli e preparati. Sta a noi filtrare questa vergognosa opera di falsificazione storica, perché gli eroi di questa epopea non vengano dimenticati o ricordati per quello che non sono stati.
Crediamo infatti che ai giovani italiani, che saranno domani le colonne sulla quale poggerà tutto il peso del nostro passato e del nostro futuro di popolo, sia opportuno ricordare che l’Italia è entrata in guerra nel 1915, oltre che per interessi economici (come tutti gli altri Paesi interessati dell'epoca), anche e soprattutto per il forte e sentito bisogno di completare l’unità nazionale. Un'occasione quindi, per ricordare alle nuove generazioni, che l’Italia è stata un tempo molto più grande e unita di oggi, e che questa guerra, è servita non solo a distruggere come la demagogia dei nostri tempi vuol far credere, ma al contrario, è servita soprattutto a costruire una nazione migliore.
Ecco il significato della grande guerra!   

Alberto Conterio - 01.10.2014

Situazione economica e possibili sviluppi



Situazione economica e possibili sviluppi
La nave affonda mentre l’equipaggio è impegnato a lucidare gli ottoni: follia!

Per decenni si sono contrapposti due modelli economici e sociali senza peraltro riuscire a giungere al risultato che si prefiggevano.
Oggi, nel 2014 a 25 anni dalla fine dell'Unione Sovietica e del socialismo, possiamo affermare che anche il capitalismo e l'economia di mercato hanno dimostrato tutti i loro limiti e ristagnano in profonda crisi. Sentir dire che il liberismo sta attraversando la più lunga crisi economica della storia è un fatto normale quanto falso però. Il liberismo di cui abbiamo «goduto» in questi anni infatti non sta attraversando «una crisi» ma è la causa della crisi! Sta in questo lapsus forse, il motivo della mancata risoluzione del problema. Questa è una crisi che ci attanaglia da anni, e merita una serie di riflessioni per comprendere appieno i motivi e anche la possibile via d'uscita. La differenza reale tra i due modelli macroeconomici può apparire ampia: con il socialismo o economia di stato si tende alla massima occupazione, mentre con il capitalismo o economia di mercato si tende al massimo guadagno. 


Con buona pace di ogni legittima opinione però, ritengo che ambedue i modelli si somiglino tantissimo nel risultato: non hanno rappresentato mai, la panacea al benessere dei lavoratori e delle nazioni...
Se è vero che con un'economia di tipo socialista, tutti o quasi i lavoratori sono occupati, è pur vero che i salari sono calmierati dallo Stato e da un'economia generalmente priva di stimoli. La fine dell'Unione Sovietica e di altri Stati improntati a tale sistema non lasciano dubbi in proposito, ma vale lo stesso criterio anche per il modello capitalistico. La ricerca spasmodica e incontrollabile nell'ottenere il massimo guadagno, ha portato alla schiavitù di intere popolazioni del terzo mondo e al rapido impoverimento delle popolazioni residenti nei paesi più evoluti e industrializzati del mondo. Il guadagno, negli ultimi decenni non è stato più il mezzo per il progresso della società, ma al contrario è diventato motivo di opposto obiettivo: verso la precarizzazione della società, moderna schiavitù!
Diventa quindi chiaro, che i due modelli economici non sono in grado di reggersi da soli sulle proprie gambe se non in presenza contemporanea del loro opposto in veste di «regolatore».
Solo il corretto bilanciamento tra i due estremi sistemi economici è in grado di portare reale beneficio e benessere sociale.
L'economia di Stato deve trovare nei privati e nella loro concorrenza le motivazioni per perseguire il miglioramento continuo, mentre gli stessi privati devono trovare nello Stato e nel sistema statalista un limite alla inconsapevole mala gestione del sistema di mercato che propugnano.
Un sistema capitalistico, per svilupparsi, ha bisogno di mano d'opera a basso costo, ma anche di un mercato in grado di acquistare i prodotti. Le due cose non sono compatibili, ed ecco perché dopo soli 25 anni di libera interpretazione, il liberismo, si è «avvitato» su se stesso in una crisi senza risoluzione.
Oggi disponiamo certamente di mano d'opera a basso costo grazie alla globalizzazione dei mercati, ma è anche vero che i salari sono ormai troppo bassi per avere una domanda pari alle capacità produttive.
Quale soluzione quindi?
Ho già accennato al giusto bilanciamento tra Stato e privati, ma come?
Credo che allo Stato spetti creare il contesto più favorevole allo sviluppo delle aziende private, mantenendo il controllo assoluto, e ripeto assoluto, di alcuni settori strategici: l'energia, le comunicazioni, la ricerca e le grosse infrastrutture. Settori questi che devono passare attraverso la programmazione politica dello Stato nazionale e sovrano. Nessun privato deve avere la possibilità di rilevare quote importanti di questi settori... pena vederli diventare essi stesso «Stato», inteso come monopolizzatori.  
Per attuare ciò, uno Stato deve necessariamente essere sovrano e battere moneta propria.
La moneta non può essere una proprietà privata delle banche.
Risulterà chiaro a questo punto che oggi, nell’attuale situazione, non abbiamo nessuna possibilità di poter uscire dalla crisi, perché tutti i provvedimenti possibili, vengono inesorabilmente «castrati» nelle loro potenzialità da un punto di partenza errato. E come tentare di sollevare un peso con una leva: stiamo utilizzando una leva troppo corta oppure un punto di appoggio troppo lontano dal peso che intendiamo sollevare.
I presupposti per uscire dalla crisi quindi, non sono le riforme, ma l’ambiente in cui le riforme – quelle necessarie – devono essere fatte. Se alcuni anni fa, questa disamina dei fatti era dominio solo di alcuni premi nobel per l’economia, ora l’argomento è diventato di dominio pubblico. Non si può più far finta di non sapere!
La domanda a questo punto non è più se è necessario uscire dall’euro, ma molto più verosimilmente in che modo uscire – al più presto – per limitare i danni e intraprendere la giusta via. Finalmente!

Alberto Conterio - 28.09.2014