venerdì 13 aprile 2012

Mondializzazione, ultima frontiera!


Mondializzazione, ultima frontiera!

In questi ultimi anni, siamo testimoni di profondi cambiamenti, che non sempre corrispondono ai nostri ideali o alle nostre aspettative pratiche. Chi ha letto i miei articoli passati, sa che sono contrario da sempre al processo di Unità Europea - politica o economica che sia - al quale attribuisco per intero le cause della decadenza ormai irreversibile della nostra economia, così come sono contrario alla globalizzazione dei mercati ed alla forzatura della società multirazziale, alla quale attribuisco la totale responsabilità dell’ormai avanzato stato di degrado del nostro tessuto sociale e della nostra civiltà.


Non si fa fatica alcuna a trovare conferme a queste mie opinioni, siano esse ideologiche, sociali, ed economiche, e Marcello Veneziani, in un bellissimo articolo denuncia del 7 aprile scorso, dal titolo “Ungheria, è di nuovo il 1956” pubblicato su “Il Giornale”, ha il pregio di evidenziare con estrema semplicità questi concetti, facendo il parallelo tra “la macchina del fango” utilizzata dai Sovietici per zittire chi pensava diversamente da loro durante le proteste ungheresi del 1956, e l’odierna versione perbenista della stessa “macchina” - a livello mondiale - per colpire chi, secondo loro, è reo di ribellarsi al pensiero unico attuale. Un tempo, la dialettica e le idee politiche potevano differire sensibilmente da interlocutore a interlocutore, oppure da società a società, cosi come potevano essere differenti i valori trainanti della società di un Continente rispetto ad un altro. Questo oggi non esiste più, e gli scontri attuali sono puramente ideali, non cruenti ed anche inconcludenti. Si basano infatti su sfumature dello stesso pensiero. Un pensiero che diventa pertanto unico, come una strada ideale tracciata che ognuno di noi segue volontariamente, per inerzia, per necessità oppure per forza in quanto non ne sono previste altre.
Dialogando recentemente con un caro amico, alcuni giorni fa, concordammo sull’opinione che l’ideale nostro di monarchia sempre fortemente ostacolato, non lo è più solo dal pregiudizio popolare o dai nostri avversari naturali e legittimi : i repubblicani. Oggi, è ostacolato soprattutto dallo stesso processo mondiale di globalizzazione della società e soprattutto dell’economia.

Ciò è ormai evidentissimo, in quanto con la monarchia, nel terzo millennio, non si identifica più soltanto un diverso sistema istituzionale del Paese - troppo riduttivo - ma si identifica una società definita, con propri valori di libertà, dignità, storia, tradizione e civiltà. Con la monarchia insomma, si identifica ormai la Nazione, come un organismo statale indipendente avverso agli interessi economici globali della finanza planetaria. La monarchia quindi con i valori che rappresenta diventa l’ostacolo principale alla mondializzazione come e forse più del nazionalismo di un tempo, che negli anni è stato generalizzato e criminalizzato dall’ipocrisia del politicamentecorretto, equiparandolo socialmente a fattori ben più pericolosi di ciò che ha rappresentato e rappresenta ancora.

E allora si spiega come mai dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, la volontà popolare di alcuni Paesi (quali ad esempio l’Albania, la Bulgaria o l’Afghanistan) orientata a ritrovare nella loro storica monarchia i valori di unità della nuova società post comunista o post talebana sia stata emarginata e “sconsigliata” dalle potenze internazionali dal prendere quella via, nel silenzio mediatico, così come oggi, la protesta popolare romena - nel centro stesso di questa Europa che vorremmo “libera e democratica” - passi assolutamente sotto inosservata. Questo succede perché sono proteste che hanno la colpa di desiderare la restaurazione della monarchia nazionale, quale antidoto alla crisi totale del sistema liberista che si era sostituito alla follia comunista. La stessa crisi che attraversa anche la nostra Patria.
Di tutto ciò però, non si trova traccia alla televisione italiana e sui giornali del nostro Paese, in ossequio ai poteri economici che vedono nella repubblica globale, l’unico terreno fertile per i loro lauti guadagni ed interessi.

Una battaglia impari la nostra ?
Può darsi che sia anche inutile e che i destini di tante persone siano già decisi nel Consiglio di Amministrazione di qualche smisurata multinazionale, ma vale la pena comunque continuare a testimoniare la possibilità di una società migliore, …lo dobbiamo alla nostra dignità di uomini liberi e ai nostri figli.

Alberto Conterio - 13.04.2012