domenica 25 settembre 2011

Benedetto XVI in Germania

Benedetto XVI in Germania
Un grande discorso su ragione e politica in occidente

Chi mi conosce, sa bene che non sono un gran religioso, ma sa anche che ho sempre avuto una grande ammirazione per Benedetto XVI prima ancora che divenisse Papa, prevedendo la sua nomina ben prima che Papa Giovanni Paolo II morisse.


Ogni parola di Papa Ratzinger è da ascoltare e meditare, …pare scenda da un altro pianeta.
Il suo discorso al Bundestag tedesco però, è stato semplicemente grande.
Con la semplicità di un bambino, ha bonariamente tirato le orecchie ai politici presenti, bacchettando in fondo tutta la società occidentale, con argomenti senza possibilità alcuna di replica.
Consiglio a tutti la lettura integrale del testo del discorso, è semplicemente illuminante, ponendo quest’uomo un gradino sopra a tutti.

Alberto Conterio - 25.09.2011

Tratto da : “Il Foglio” on line
23 settembre 2011

Da tempo Benedetto XVI, regnante con ardente intelligenza e millenaria malizia sulla chiesa cattolica, parlava di Dio, e invitava a pregare e a espiare le colpe personali e della chiesa. Il Ratzinger teologico-politico, quello delle grandi battaglie di cultura e del discorso di Ratisbona, sembrava essersi immerso nelle profonde acque della sola fede. Faceva, il nostro amato Papa, quello che fecero i gesuiti all’inizio del Seicento, sotto il preposito Acquaviva, un geniale abruzzese, figlio del Duca d’Atri, che cercò di ricostruire in interiore homine e in nuove regole educative e di preghiera, la spiritualità dell’ordine che era messa in discussione dal multiforme contatto con il mondo, dopo la tempesta Luterana e il dramma del chiostro vissuto dal monaco agostiniano che aveva rotto l’unità del cristianesimo d’occidente con il suo tremendo genio religioso e la sua grandiosa eresia carica di modernismo.


Ieri, nello splendido discorso tenuto al Bundestag, il Parlamento della sua patria, è riemerso in chiara, mite e fulgidissima luce - la luce dell’intelligenza e della ragione - quel formidabile professor Ratzinger che fu eletto alla guida della chiesa di Roma su una piattaforma di lotta intellettuale ed etica alla deriva relativista e nichilista dell’occidente moderno. Che solo un Papa può salvare (altro che il Dio oscuro di Martin Heidegger).
Benedetto ha sorpreso tutti. Niente afflato pastorale minimalista, niente catechesi ordinaria, e invece un energico, nitido e straordinario richiamo alla sostanza di ciò che è politico, pubblico, e alla questione filosofico-giuridica di come si possa fare la cosa giusta, condurre una vita giusta, reggere governi e stati giusti, fare leggi giuste in un mondo che non dipende più dalla tradizione, dall’autorevolezza intrinseca della fede, ma dalla democrazia maggioritaria.


Nell’esordio scritturale c’era già tutto. Re Salomone chiede a Dio un cuore docile e la capacità di distinguere il bene dal male. E non ci sarebbe nulla da aggiungere. Ma quella soave e fatale domanda è svolta poi da Benedetto nei termini di una grande lezione filosofica, storica e teologica sui fondamenti, anzi sulla fondazione politica, della nostra cultura e della nostra idea di libertà, di umanità, di natura e di ragione. I giganti usano parole semplici e concetti alla portata di tutti, non sono esoterici, parlano al centro forte e realista dell’intelligenza umana. E così ha fatto il Papa, rivolto alle Damen und Herren del Bundestag. Evitando le polemiche, e accarezzando la verità come un bambino farebbe con un balocco di Norimberga. (La Germania si addice a Benedetto XVI come la Polonia si addiceva a Giovanni Paolo II).
Il discorso è lì, lo si legge nella doverosa pubblicazione integrale, e il suo significato è univoco. Non è un discorso intercettabile dalle polemiche e dai sofismi. Se siamo liberi, se siamo in un mondo laico, se siamo padroni del nostro destino è perché siamo cristiani.


Il cristianesimo non ha imposto come legge la Rivelazione, non è la sharia, non è uno spazio mitico per litigiosi dei. Alla base dei diritti umani, delle conquiste dell’Illuminismo, dell’idea stessa moderna di coscienza, sta la scelta cristiana e cattolica in favore del diritto di natura e della legge di ragione, sta il percorso storico radicato nelle verità scritte da san Paolo nella Lettera ai Romani, in Agostino d’Ippona e nella cultura dei padri della chiesa. La dimostrazione è per tabulas, granitica in senso logico ma mai superciliosa, e culmina nella contestazione argomentata di una concezione positivistica del diritto, quella del grande giurista Hans Kelsen, che non riesce a trovare la strada di una vera giustizia quando teorizza che ogni norma corrisponde a una volontà, e dalla volontà esclude la misteriosa volontà di Dio, di un Creator Spiritus. Anche chi non ha la fede capisce che l’origine del tutto che noi siamo è misteriosa, che qualcosa di inconoscibile sta alla base di ciò che è, e che senza il riconoscimento dell’essere delle cose il pensiero e il mondo si frantumano in un delirio del soggetto che si fa lui creatore del mondo, e lo porta a sicura rovina.

Il Papa ha fatto un delicato e succoso riferimento all’ecologia, nella terra generatrice del fenomeno dei Verdi, e ha aggiunto con malizioso acume che l’ecologia è prima di tutto l’ecologia dell’uomo. Non è stato necessario parlare di aborto, di sessualità, di amore profano, di usi e costumi dell’occidente postmoderno, per essere chiaro e privo di infingimenti. La chiesa è tante cose, com’è ovvio, e la sua funzione apostolica o la sua vita comunitaria come corpo mistico di Gesù Cristo supera di slancio, che sia maggioranza o minoranza tra gli uomini e le donne non importa, ogni altra sua funzione. Ma Benedetto XVI ha ricordato a un grande paese colto e possente della vecchia Europa, che ha avuto nel suo passato il dramma e la colpa del più tragico totalitarismo della storia, che i cristiani sono, nella loro totalità operante, una grande agenzia di cultura e di pensiero umano capace di mettere in discussione ogni totalità, anche quella relativistica e nichilista, impegnando nello spazio pubblico la loro coscienza teologica, filosofica e politica. L’Osservatore preannunciava che avrebbe “incontrato la gente per parlare di Dio”. E in un certo senso questo sta facendo il Papa in Germania. Ma al Bundestag ha parlato dell’uomo. Tutto sommato Dio si sa che cosa sia. E’ l’uomo che è diventato un clamoroso e qualche volta fosco mistero. Soprattutto per se stesso.

venerdì 9 settembre 2011

Immigrazione e relativismo


Immigrazione e relativismo

Desidero tornare a parlare di immigrazione. Il momento economico di profonda crisi può portarci a pensare che la priorità oggi l’abbiano altri argomenti, mentre invece ritengo che l’immigrazione sia ben più importante e che lo diventerà sempre più in futuro.
Nonostante la nostra attenzione sia stata maggiormente distratta o attirata dai pessimi risultati borsistici delle ultime settimane, non c’è nessuno che può far finta di non sapere che, a 6 anni dal caos delle banlieue francesi, anche l’Inghilterra ha avuto la sua rivolta ed i suoi roghi ! I sociologi spenderanno fiumi di parole per fare tutti i dovuti distinguo tra quanto è successo in Gran Bretagna e quanto è successo a Parigi, ma resta il dato base : Il fallimento completo del progetto multi culturale. Già avevamo scritto in passato che non può esistere una società multiculturale in quanto la società che mai dovesse raggiungere questo malaugurato traguardo sarebbe una nuova società edificata sulle ceneri di tutte le altre sovrastate. Oggi ne abbiamo conferma.
Se è vero che i fenomeni migratori sono inarrestabili perché naturali, è altrettanto vero che non possiamo più pensare di risolvere questo “dettaglio” aspirando alla società multiculturale, rivelatasi una utopia pericolosa.


L’Italia non presenta ancora questo stato avanzato di degrado, Rosarno in Calabria è stato un fatto per ora marginale, ma è a una svolta senz’altro.
Il nuovo sindaco di Milano Pisapia infatti, si trova già ben avviato verso il cammino finale che porterà anche il nostro Paese a provare presto gli orrori e le violenze di queste sommosse. Suo il progetto di dotare ogni quartiere del capoluogo lombardo di una moschea per le preghiere. Sarà argomentato che l’integrazione può avvenire solo quando tutti i cittadini godono degli stessi diritti. Rispondo, che questa non è integrazione, è il caos dato dalla soprafazione degli ultimi arrivati sugli autoctoni.
A parlare di diritti poi, si rischia di fare autorete. Perché non vi possono essere diritti per tutti, se tutti non sono più che allineati nella cultura, nelle aspettative e nel rispetto delle regole che hanno previsto e generato i diritti stessi. Come vi può essere integrazione e società multiculturale in senso lato, se tra i diversi gruppi etnici, religiosi e culturali si hanno aspettative ed obiettivi differenti?
Facciamo un esempio semplice, che non può essere smentito da nessuno : è chiaro che le donne sono paragonabili in tutto e per tutto agli uomini, …ma lo sono per noi europei non per tutti. Quindi è inutile che ci riempiamo la bocca di belle parole; chi intende la condizione femminile in diverso modo non potrà mai godere degli stessi diritti perché non saprà che farsene. Imporgli la questione dall’alto, non sarà aiutare l’integrazione, ma una violenza contro l’integrazione.
Da questo esempio, possiamo comprendere quanta ipocrisia vi sia nell’ideologia multiculturale pomposamente forzata in questa società perbenista.

Il 10 agosto in un esemplare articolo per “Il Foglio” di Giuliano Ferrara, Roger Scruton, massimo intellettuale conservatore del Regno Unito, docente di Filosofia a Boston e alla St. Andrews, ha dichiarato che le violenze inglesi di questa estate sono colpa del pensiero multiculturale.
Egli scrive in proposito ; “Abbiamo creato una cultura delle gang violenta, sessista, omofobica e razzista; è una vergogna che cadrà sui multiculturalisti bianchi” (…)  “Lo sapevamo che sarebbe successo, l’integrazione è stata una ideologia semi religiosa, ma non ha funzionato”, e poi ancora “I multiculturalisti hanno sempre negato la connotazione identitaria, perché avrebbe frammentato il multiculturalismo. Coloro che hanno difeso la prima persona plurale della nazione sono stati attaccati in quanto ‘fascisti’, ‘razzisti’, ‘xenofobi’, ‘nostalgici’ o, nel migliore dei casi, ‘little englanders’. Lo avevamo già visto anche in Francia con il ‘mob rule’ delle banlieue. Nelle nostre città i giovani crescono in ghetti isolati, in un ordine politico schizzato, vogliono affermarsi contro la società, mai per essa. In Italia non è ancora successo, ma potrebbe accadere se non avverrà una integrazione corretta. L’islamismo tende a infiammare questo scontro per costruire una retorica anti occidentale, ma in questo caso è stato soprattutto un fallimento interno alla nostra società. Provo orrore e tristezza per come abbiamo distrutto il vecchio curriculum, dicevano che era monoculturale, che perpetuava l’idea della civiltà occidentale come superiore, che era patriarcale, il prodotto del maschio bianco europeo che aveva perso autorità. Ci avevano insegnato a vivere in un ambiente amorfo, nella città postmoderna aperta a tutte le culture. Ogni cultura avrebbe dovuto crescere nel proprio spazio, per godere dei frutti della cooperazione sociale e di un sistema educativo in cui la cultura maggioritaria avrebbe dovuto essere marginalizzata. Tutto quello che invece il multiculturalismo ha sancito è stata la distruzione della cultura pubblica condivisa e il diritto al rispetto, creando un grande vuoto. Il risultato è stato il relativismo”.

Torniamo all’immigrazione. Non si può arrestare e dobbiamo accettare questo movimento preparati, con la mente sgombra dalla retorica degli ultimi decenni. Ottimo l’approccio e l’apertura mentale del Primo Ministro Australiano che stufo del politicamente corretto – che ha il solo scopo di scontentare tutti e di spingere le società nel vuoto del relativismo che degenera nella violenza cieca – ha dichiarato recentemente che l’Australia è un Paese libero, dove tutti hanno la libertà di parlare inglese e di essere cristiani, dove tutti hanno la libertà se non contenti di poter andare a risiedere altrove. Insomma basta con l’integrazione quale “religione” portante. Agli immigrati si chiede l’adattamento e la partecipazione attiva alla società presente, non di modificare la società che li ospita, perché il loro movimento migratorio non è stato indotto dagli ospitanti ma è stata una loro libera scelta ! Insomma gli immigrati, se non sono contenti della lingua, della religione, delle tradizioni, della cultura e delle leggi del Paese che li ospita, hanno il sacrosanto diritto e la libertà assoluta di andarsene e di trovare di meglio!

È da questa verità, che il problema dell’immigrazione può essere seriamente affrontato dalla politica, ed è da questa verità, tanto semplice da sembrare ovvia che il “problema” può essere risolto. Del resto, quando in libertà, scegliamo di vedere uno spettacolo a teatro, paghiamo il biglietto, attendendoci “uno spettacolo” che immaginiamo interessante… ma dovremmo necessariamente adattarci a guardare lo spettacolo proposto dalla compagnia teatrale. Nessuno di noi si sogna di entrare a teatro gratis e di dettarne lo spettacolo a sua immagine e somiglianza! 

Con lo stesso criterio, l’immigrato non può essere respinto e deve essere accolto dignitosamente secondo le possibilità, le leggi ed i diritti incontestabili sanciti dall’ONU. Poi occorre fornire a questa gente il kit di sopravvivenza minimo perché possa proseguire la sua vita in autonomia senza favoritismi e quindi senza discriminare i cittadini residenti : l’istruzione di base della lingua italiana, un vademecum dei sui diritti incontestabili, una conoscenza basilare della nostra legge, un documento che gli assicuri identità e servizio sanitario nazionale.
L’immigrato va inoltre sorvegliato ai diversi livelli, per garantirgli la sicurezza di non essere maltrattato o sfruttato, così come viene fatto per ogni altro cittadino italiano.
Non possiamo pensare o credere opportuno altro, senza ridurre i suoi diritti e le sue libertà o facendogli violenza, così come non possiamo aggiungere altro senza calpestare la libertà delle popolazioni ospitanti, che hanno tutto il diritto di continuare a comportarsi come hanno sempre fatto, secondo le proprie secolari tradizioni, di parlare la propria lingua, di osservare senza imbarazzo le proprie leggi e consuetudini, sicuri nella società che hanno creato e in cui credono da generazioni! 

Solo in questo modo, si può credere nella pacifica convivenza futura di un popolo.

09.09.2011 – Alberto Conterio