martedì 20 marzo 2012

Quale mondo del lavoro vogliamo riformare?

Quale mondo del lavoro vogliamo riformare?

Accordi, rotture delle trattative e/o interminabili discussioni ai vertici, così come nelle trasmissioni televisive di approfondimento e su ogni pagina dei quotidiani per la riforma del mondo del lavoro, mi appaiono in questi giorni fotogrammi surreali di un tempo che fu, sfuggito prima ancora di capire che ci stava scappando di mano sotto agli occhi.
L’impegno del governo profuso nello scardinare il fronte disteso a difesa dell’art.18 da parete dei sindacati, che abbia o meno “successo” mi sembra piuttosto un accanimento terapeutico inutile, operato sul corpo di un moribondo. Bene che vada, servirà a spostare in avanti di qualche anno la data della sua definitiva morte!
Ho l’impressione che tutti - governo, politica, parti sociali e gli stessi lavoratori - abbiano perso di vista il punto focale del problema dell’argomento “lavoro”.


Siamo certi che il problema della competitività delle nostre aziende risieda nell’art.18, e che una sua “limata” qua  e la, sia sufficiente a mettere loro le ali sui mercati mondiali?
E poi, …siamo convinti davvero che gli investitori stranieri evitano l’Italia preferendo il Bangladesh, l’India e la Cina, perché il mercato del lavoro italiano è condizionato dall’Art.18?
Se domani, come è auspicato, questo ostacolo fosse radicalmente rimosso dallo Statuto dei Lavoratori in Italia, l’occupazione crescerebbe magicamente ai livelli di vent’anni fa?
Se siamo davvero sicuri di questo “teorema”, perché parte dell’imprenditoria italiana - quella ancora sana e desiderosa di fare e di proporre - parla di concorrenza sleale o di prevalenti interessi commerciali che mortificano le capacità delle aziende che operano ancora sul territorio nazionale?
Se crediamo nella globalizzazione senza regole dei mercati, come alla possibilità che tutti possano simultaneamente arricchirsi, …forse siamo fuori strada.
È la stessa dinamica dei fluidi che ci viene in aiuto: mettendo in diretta comunicazione due serbatoi, uno pieno ed uno vuoto, non otteniamo due serbatoi pieni, ma essendo “ottimisti” soltanto due serbatoi “mezzi pieni”. Dal momento però, che sull’argomento penso di essere più realisticamente pessimista, parlerei di due serbatoi “mezzi vuoti”!
Riformiamo pure il mondo del lavoro quindi, con ogni provvedimento ritenuto indispensabile, eliminazione dell’art.18 compreso, ma se i due serbatoi continuano a restare in diretta comunicazione, l’Italia continuerà a vuotarsi delle sue risorse e capacità produttive. Ciò è chiaro anche agli asini, perché un operaio italiano non potrà mai sostentarsi con lo stipendio di un operaio del Bangladesh, ed un imprenditore che opera in Italia di conseguenza, non potrà mai competere sugli stessi mercati.
Ora, se lo scopo generale di queste politiche mondiali, è quello di ridurre l’Italia ed il resto dell’Europa ai livelli sociali ed economici delle aree in via di sviluppo del terzo mondo, possiamo affermare che l’obiettivo è vicino al raggiungimento, ma se, come spero per il futuro dei miei figli, l’attuale scopo del governo italiano, è quello di rilanciare il mondo del lavoro nazionale, tutte le discussioni sull’art.18 sono ideologiche, pretestuose e prive di utilità.
Occorrerebbe al contrario concentrarsi su come riportare in Italia il lavoro che abbiamo delocalizzato all’estero negli ultimi vent’anni - per pura speculazione commerciale - rilanciando la domanda interna e quindi in un circolo virtuoso la produzione nazionale di beni di consumo di qualità, con ogni mezzo, anche quelli protezionistici tanto avversati, e ricorrendo se necessario a rendere la nostra moneta un pò meno “forte”, come del resto hanno fatto negli Stati Uniti d’America negli ultimi anni a spese dell’Euro.
Ma pensiamo davvero che le serie aziende italiane – e sono ancora tantissime - tornando ai livelli produttivi degli anni ’80 e ’90, con i loro giusti margini di guadagno,  necessitanti di assunzioni regolari per sostituire il personale dimissionario per raggiunti limiti di età, si preoccuperanno ancora dell’art.18, degli incentivi sulla rottamazione e di altre mille diavolerie utilizzate per puntellare un mercato che oggi, vede le sue fondamenta poggiate sulla sabbia dell’anarchia dei facili guadagni del neo colonialismo e dell’alta finanza? 
Io dico di no, ma occorre fare in fretta!

Alberto Conterio - 20.03.2012

giovedì 1 marzo 2012

No ai No Tav, ma questa repubblica ha le sue responsabilità


No ai No Tav, ma questa repubblica ha le sue responsabilità

I treni da sempre, sono il filo di lama su cui si dividono coloro che vedono nella ferrovia lo sviluppo ed il progresso e coloro che nella stessa strada ferrata vedono il sovvertimento del loro status quo.
È di questi giorni la notizia dalla lontana Cina sugli incidenti avvenuti nel giorno dell’inaugurazione di un nuovo tratto di ferrovia che collega yecheng a kashgar, lunga 250 km. La costruzione della ferrovia fa parte del programma del governo cinese per aumentare lo sviluppo economico nella regione, e quindi anche le comunicazioni, ma è vista con risentimento da parte di alcuni gruppi uiguri, dato che accelererà l’arrivo di migranti cinesi, diluendo ulteriormente la presenza uigura sul territorio dello Xinjiang!
Ciò che sta accadendo in Val Susa quindi non è una eccezione italiana come qualcuno vuol far credere per deridere e sminuire ulteriormente questo già fin troppo martoriato Paese, ma un passaggio normale, che ha visto in passato proteste analoghe in tutto il mondo, e ne vedrà ancora in futuro.
L’eccezionalità della questione nazionale Valsusina però, risiede secondo il mio modesto parere nell’incapacità della politica italiana di dialogare e soprattutto di farsi capire dai cittadini.
Dovrebbe farci riflettere ormai l’evidente contrapposizione, portata alle estreme intenzioni di fare “la guerra” tra, i contestatori e lo Stato rappresentato sul campo dalle forze dell’Ordine.
Può una nazione civile e democratica giungere ad un punto morto così pericoloso?
Prima di proseguire l’esposizione della mia opinione però, desidero non essere frainteso.


Non ho nessuna esitazione a schierarmi convintamene con chi ritiene l’opera TAV assolutamente indispensabile all’Italia, e spero che il progetto venga portato avanti con risolutezza, ma non posso nascondere la preoccupazione, e perché no, l’imbarazzo, nell’assistere ormai da anni alla guerriglia mediatica, ideologica, documentale, progettuale e campale sull’opera.
Questo progetto così come qualsiasi altro, in Italia viene praticamente immobilizzato da una serie infinita di ostacoli, ad opera di chiunque, abbia anche soltanto il desiderio di “divertirsi” un pochino per ammazzare la noia! 
Non vi è più logica in ciò, perché negli ultimi dieci anni, non c’è stato nessuno statista o politico in grado con la sua autorevolezza e competenza di spiegare alla popolazione interessata che l’opera era necessaria, e che veniva costruita non già per danneggiare la gente della Val Susa me per contribuire al benessere dell’Italia intera.
Certo occorre davvero essere autorevoli oggi, per andare a parlare di Italia, quale stato unitario a cittadini, abituati ormai da anni ai grugniti ed agli starnazzi di “politici” da osteria, che fanno del frazionamento nazionale il loro programma politico, o che da anni lavorano al sistematico smontaggio dello Stato ad opera del caos e dell’anarchismo organizzato. Parlo naturalmente del fenomeno espresso dalla Lega Nord, del loro contro altare Neoborbonico al Sud e dell’estremismo ideologico della sinistra nostalgica e rissosa, ancora pronta alla rivoluzione armata contro la borghesia fascista.
Siamo quindi giunti al muro contro muro, dove diventa inutile essere, tanto cretini da gettarsi da un traliccio dell’alta tensione, così come essere tanto vigliacchi da insultare un carabiniere che ha l’ordine di non reagire. Ugualmente avvilente è, risultare bravi e bravissimi ad evitare uno scontro oggi (con encomio) se domani si ricomincia da capo, senza che tutti i “figuranti” siano stati informati correttamente sulla generalità del progetto, su cosa voglia rappresentare, su cosa voglia dire a livello italiano ed europeo, cosa comporterà per il territorio interessato e come e quali saranno i benefici diretti (compensazioni) ed indiretti (sviluppo locale e nazionale) su cui potranno contare in futuro le nuove generazioni.
Insomma, all’estero, in alcuni Paesi civili e democratici come noi vorremmo essere, si contendono (legalmente, con correttezza e cavalleria) progetti ben più allarmanti, senza scontri e recriminazioni. In Svezia due città, si sono “battute” in un concorso pubblico per aggiudicarsi la costruzione sul proprio territorio di una discarica di residui nucleari!!! Chi ha vinto il concorso, felice e soddisfatto, ha ceduto spontaneamente la parte maggioritaria delle compensazioni previste al perdente, in quanto ritenuto danneggiato d’aver perso una buona possibilità di sviluppo futuro.
Capirete che in Italia, ciò appare tanto inverosimile da sembrare una invenzione cinematografica, mentre invece, è prova di corretta politica di informazione data alle popolazioni interessate. Informazioni pulite da ogni possibile interesse di parte, politica o economica che sia, al solo fine di SERVIRE il bene dei propri cittadini.
Nel nostro Paese al contrario riusciamo a mettere in discussione addirittura alcuni progetti passati che hanno portato sviluppo e progresso in proporzioni tali da non poter essere misurati : La bonifica dell’Agro Pontino, è stata presa di mira da alcuni “passionari” ambientalisti quale esempio di distruzione delle peculiarità naturali di quel territorio, ed è tutto dire!
Si tratta quindi di ricostruire tra i cittadini la scala dei valori utile a collocare con logica di interdipendenza, parole ormai vuote quali : salvaguardia dell’ambiente certo, ma anche progresso, sviluppo, opportunità, cercando di comprendere ciò che è un dato di fatto : l’ambiente è maggiormente tenuto in considerazione, là dove sviluppo e progresso concorrono maggiormente a preservarlo.  
Tenendo presente questo concetto e tornando alla Val di Susa ma anche alla terra dove sono nato, la Valle d’Aosta, non è difficile, essendo onesti, riconoscere nel progresso e nello sviluppo portato da strade, ferrovie e tunnel un benessere difficilmente immaginabile 50 anni fa, oppure raggiungibile in altro modo, che hanno fatto di queste terre dei veri paradisi ambientali.
Cosa possiamo fare oggi per la Val Susa ? intanto sarebbe opportuno che i media non andassero a caccia di scoop per poter aprire le prime pagine dei giornali con titoloni ad effetto. Poi sarebbe interessante indagare maggiormente l’umore della gente nei confronti dell’opera, ma non solo della gente direttamente impegnata sulle barricate, in modo da avere chiaro anche, quanto ampio o ristretto sia il fronte della protesta sulla globalità della popolazione interessata.
Sono certo, che fatto questo, già vi sarebbero gli estremi per riportare la protesta illegittima entro la legalità, con il suo corretto peso, al netto di tutti gli “interessi” in campo… e non sarebbe poco.

Alberto Conterio - 01.03.2012