mercoledì 8 febbraio 2012

Economia morente

Economia morente

Non ho ancora ben compreso come si faccia da anni ad occuparsi a tempo pieno della marginalità economica di questo Paese, mentre ciò che, fino alla fine degli  anni ’80 del secolo passato ci ha fatto grandi sta inesorabilmente scomparendo nell’indifferenza generale. Mi riferisco al sistema industriale e manifatturiero d’Italia.

Recentemente, l’attenzione di tutti, puntata sullo Spread o sulla demagogia che circonda l’Articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ha ampliato la forbice che divide l’economia reale italiana - ormai allo sbando - dall’economia utopica che tanto piace ad una classe politica e dirigenziale tanto corrotta e interessata quanto è incapace di porre rimedio ai suoi stessi errori.

Vorrei che per un istante fossimo in grado di soffermarci per riflettere su questi semplici punti : l’ipotetico investitore straniero, o il rampante industriale italiano, capaci di risollevare la morente economia della nostra Patria, non investono più in Italia a causa del l’articolo 18, o perché l’energia necessaria a produrre nel nostro Paese costa mediamente il 40 % in più che all’estero. E poi ancora, questi investitori, sono più spaventati dall’articolo 18 già citato, o dalla tassazione sul lavoro, che risulta doppia rispetto ad altre aree europee (vedi Paesi dell’est)?

Fatta questa considerazione, senza farsi confondere dall’ideologia politica di appartenenza, o senza farsi guidare dall’informazione “deviata” dei giornalai di regime, occorre riflettere anche su ciò che fino a 15 anni fa eravamo, cioè il secondo Paese manifatturiero d’Europa. Ed è stato grazie alla capacità manifatturiera che l’Italia, dopo secoli di sottosviluppo s’è trasformata nel bene o nel male, in una grande potenza economica! E allora è concepibile, che il sistema manifatturiero in Italia sia ormai morente perché assediato ed osteggiato dalla politica e dagli interessi della finanza ?
Quale Italia desideriamo per il futuro ?
Continuiamo a parlare di sviluppo del terziario, o della capacità di innovazione, così come di turismo o di green economy, senza fare i conti con la realtà.  

Alcuni recenti studi della Oxford University’Says Business School) ad esempio, hanno stimato che la capacità di innovazione di un paese è correlata alle capacità della sua industria manifatturiera.
Insomma, se perdiamo il contatto con il “fare”, perdiamo la nostra capacità innovativa in modo irreversibile.
Mi oppongo quindi in modo categorico al pensiero dei liberisti ad oltranza, che ottimisticamente, credono possibile che possa esistere un paese ricco totalmente privo di industrie manifatturiere.

Utopia pensare che “l’industria dei servizi” o il turismo, siano sufficienti a mantenere l’attuale livello di benessere italiano oppure ad accrescerlo. L’Italia ha bisogno di produrre ed esportare beni, per svilupparsi e crescere. Servizi e turismo, servono a far “girare” il denaro da un cassetto all’altro nella migliore delle ipotesi, perché questo diventerà nel tempo sempre più scarso e caro per via degli investimenti che occorrerà fare in futuro per stare al passo con i tempi! Irlanda e Grecia insegnano.

Non parliamo poi di green economy, dove i guadagni dovuti alla produzione fotovoltaica, in questi ultimi due o tre anni, hanno creato l’ulteriore illusione che guadagnare si può, facendo pure del bene alla natura.
I display che con puntualità quasi arrogante, informano sulla produzione istantanea in Kw, esposti a margine degli impianti collocati ormai ovunque sul territorio, e che fanno intendere ad un fiume di denaro “guadagnato” tacciono ormai da sette, otto giorni, cioè da quando i preziosissimi pannelli – lautamente sponsorizzati dalle tasse di tutti noi – sono stati ricoperti dalla neve!
Sarà questo “l’oro nero” italiano? Una fonte energetica che produce molto quando non serve (d’estate) e produce poco o nulla quando serve (d’inverno) può arricchire la nostra morente economia? Questa non è una fonte energetica alternativa o una possibilità di sviluppo nazionale, è una burla, conveniente per agli “investitori” soltanto perché il mercato è drogato da contributi statali immotivati e controproducenti per compiacere una delle tante lobby europee.       

È auspicabile quindi che si riesca ad interrompere il degrado del sistema manifatturiero italiano, riprendendo a lavorare in Italia. Per fare questo però, non possiamo credere e considerare irreversibile l’apertura delle frontiere, la delocalizzazione delle produzioni all’estero, e le “immense” opportunità offerte dal mercato cinese. Sarà forse il caso di ripensare alle scelte degli ultimi vent’anni? Ciò non è un tema particolarmente popolare oggi, ma è pur vero che siamo vicini al punto di non ritorno. Liberalizzare taxi e farmacie, pensando contemporaneamente ad una diversa forma di ammortizzatori sociali e di sussidi di disoccupazione potranno supplire a quanto necessario, definendo dei percorsi alternativi per la crescita di questo Paese?
Si vedrà, ma non sono particolarmente fiducioso.

Alberto Conterio - 08.02.2012

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