mercoledì 26 settembre 2012

Generazioni bruciate



Generazioni bruciate

Scrissi nel dicembre dell’anno passato, la mia opinione circa le origini della crisi italiana, che individuavo nella perdita dei valori della società e in errori della politica, la molla scatenante l’attuale situazione economica. Dopo circa dieci mesi è scoraggiante dover constatare che la situazione non è per nulla migliorata, …anzi, e che a soffrirne sono soprattutto le due generazioni attive, cioè, coloro che attualmente sono produttivi (o dovrebbero esserlo) e i giovani in cerca di una loro strada o collocazione.
Senza ripetermi nel cattivo giudizio espresso sull’europeismo forzato, attuato in modo non democratico in favore della grande finanza alla quale sono sempre stato contrario (non scettico) è mio desiderio parlare esclusivamente di politica interna riguardante il mercato del lavoro.


Quando negli anni ’80 del secolo passato gli imprenditori italiani (tutti gli imprenditori) guadagnavano molto bene e l’economia “tirava alla grande”, alcuni, vollero guadagnare di più e di più ancora. La precedente generazione di imprenditori benefattori infatti era ormai un ricordo. Costoro, che avevano fatto grande il nostro Paese pur attraversando una guerra mondiale perduta, oltre a guadagnare, ritenevano doveroso attuare nei confronti del territorio che ospitava la propria azienda, positive ricadute sociali, attraverso opere pubbliche, cultura, assistenza.
La nuova classe imprenditoriale invece, in accordo con una la classe politica miope, compiacente e alla ricerca di sempre nuovi “finanziamenti” (leciti ed illeciti), si prodigò, perché venissero varati provvedimenti che, invece di ostacolare coloro che portavano lavoro, ricchezze e conoscenze tecniche all’estero, li favorirono al punto che gli onesti dovettero adeguarsi o accontentarsi della marginalità del mercato.
Così, per oltre vent’anni, mentre all’estero si adeguavano gli stipendi dei lavoratori affinché costoro, contenti, aumentassero la produttività e il livello qualitativo dei manufatti, in Italia si è preferito sfruttare la mano d’opera del terzo mondo con compensi da fame (altro che il passato colonialismo) per spacciare sui mercati del mondo intero, prodotti di bassissima qualità ma dall’elevatissimo margine di guadagno.
Il bel gioco dura poco però, dice il proverbio a tal proposito, perché i lavoratori italiani esclusi, non hanno avuto in cambio un lauto vitalizio per incrementare il loro tenore di vita, ma solo un assegno a tempo di cassa integrazione (a spese della società) con il quale occorre ridurre i consumi per giungere a fine mese. Incredibile a dirsi, ma il mercato interno cominciò a quel punto a contrarsi e ad entrare in crisi… l’acuta crisi che perdura oggi !
Il giocattolo si ruppe insomma, ma, mentre gli imprenditori con un Santo a Montecitorio, continuano ad allungare il panfilo (naturalmente battente bandiera liberiana) ed i politici del malaffare e della corruzione repubblicana, ad investire in immobili (privati) festini a tema (rimborsati) e  qualche poltrona ben pagata a fine legislatura, i lavoratori e soprattutto il ceto medio italiano (il motore da sempre del nostro Paese) sono rimasti con i cocci rotti in mano. Da tempo infatti si arranca in un deserto riarso (il mercato del lavoro distrutto) affossando ancor più l’economia reale.
E se all’estero in questi stessi anni, sono cresciuti i servizi offerti alle famiglie, in Italia sono aumentate le tasse!
Un caro amico, ha concluso una sua recente poesia con queste parole :
“…si spegne la speranza
Tramontano i sogni delle future generazioni.”

Mai una verità così ben espressa!

Alberto Conterio - 26.09.2012

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