mercoledì 8 maggio 2013

Pianeta lavoro



Pianeta lavoro

7 maggio 2013

La grave notizia dei fatti del Bangladesh, dove molte donne operaie impegnate in uno stabilimento tessile locale sono morte per l’incendio ed il crollo dello stabile in cui era ubicata questa “fabbrica”, mi aveva già stuzzicato il desiderio di scrivere qualche riga in merito, ma la frenesia quotidiana mi avevano fatto perdere l’attimo. Ieri però, in posta elettronica mi è stata recapitata una “richiesta di aiuto” inerente questo fatto, accompagnato da una lettera presentazione.
La lettera che vi sottopongo nella sintesi delle prime battute, scritta da un’associazione a sfondo umanitario immagino, mi ha dato lo spunto necessario. Considerando inoltre che l’argomento trattato, da ormai vent’anni, è il mio stesso “campo” di lavoro quotidiano, capite bene che non potevo esimermi da proporvi una riflessione;

“Cari amici,
Centinaia di donne in Bangladesh sono bruciate vive o rimaste seppellite mentre producevano i “nostri” vestiti! Tra pochi giorni, grandi aziende della moda potrebbero firmare un accordo che potrebbe rivelarsi un potente strumento per le norme sulla sicurezza o una campagna pubblicitaria di basso livello per risollevare l’immagine delle aziende. Se un milione di noi riuscirà a ottenere il sostegno degli amministratori delegati di H&M e GAP a favore di norme utili davvero a salvare delle vite, gli altri li seguiranno:

Abbiamo visto tutti le orribili immagini di centinaia di donne innocenti bruciate o seppellite sotto il crollo delle fabbriche mentre producevano i nostri vestiti. Nei prossimi giorni possiamo fare in modo che le aziende si impegnino perché fatti come questi non accadano più.

Le grandi marche della moda appaltano i loro vestiti a centinaia di aziende in Bangladesh. Due aziende, tra cui Calvin Klein, hanno firmato un patto vincolante per la sicurezza degli edifici con adeguamenti antincendio. Altre, tra cui Wal-Mart o Benetton, stanno cercando di evitare di firmare, proponendo invece alternative deboli e utili solo all’immagine dell’azienda. L’ultima tragedia ha però dato vita a dei nuovi incontri per affrontare l’emergenza e ha generato forti pressioni perché il patto vincolante, in grado di salvare delle vite, venga firmato.” (…)


Senza voler sminuire la drammaticità di quanto successo, desidero fare subito un appunto di tipo formale: non è corretto scrivere i “nostri” vestiti, in quanto non siamo noi, acquirenti o normali cittadini a decidere dove acquistare i vestiti all’estero, ma le aziende che commercializzano sulla base del costo del lavoro e margine di ricavo netto. Il testo quindi, a mio avviso, mira a colpevolizzare o a far sentire responsabili i consumatori finali, che sono al contrario gli unici a non avere colpe e a non avere guadagno alcuno sull’argomento. Altro appunto, questo, molto meno formale, riguarda la spiacevole sensazione di rilevare nel testo riportato, un fine recondito, un interesse particolare della stessa organizzazione che ha scritto la presentazione. Quando scrivo che la ditta “X” è meritevole di attenzione perché intende firmare un accordo, mentre la ditta “Y” non lo è perché l’accordo vorrebbe modificarlo, è come se mi schierassi chiaramente pro e contro. Questo non è opportuno, soprattutto quando si tratta di organizzazioni che desiderano essere al di sopra delle parti o tenersi lontane dall’idea di un conflitto di interesse.

Detto questo, entriamo invece, nel merito dell’argomento vero e proprio.
Il progetto di coinvolgimento e moralizzazione proposto, è tanto utopico quanto inattuabile, e anche quando, tutte le società che contano dovessero aderire a questa regolamentazione di maggior sicurezza, la situazione dei lavoratori di questi paesi, non cambierebbe in meglio.
Anni fa infatti, c’era già stata una “crociata” moralizzatrice che mirava ad evitare il lavoro minorile; vennero stilati manuali etici di centinaia di pagine, firmati e controfirmati da tutte le aziende che lavoravano delocalizzate all’estero o commercializzavano dagli stessi paesi oggi interessati da questo “problema” di sicurezza. Il risultato fu completamente nullo. Tutte le aziende che contano però, poterono contare da allora su una normazione che regolava la questione del comportamento etico da tenere nei rapporti con questi mercati. Da perfetti ipocriti ci sentimmo “puliti” facendo finta di non sapere al contrario, che tutto continuava svolgersi esattamente come prima… anzi peggio di prima.
Inizialmente infatti, era la grossa azienda conosciuta che delocalizzava il suo lavoro direttamente all’estero, mettendoci la sua faccia. In seguito invece, per questioni di opportunismo selvaggio, questo lavoro cominciò a filtrare attraverso sub appaltatori, che presero a garantire la pulizia dei Marchi, accollandosi contemporaneamente l’onere di farsi un grosso baffo dell’etica sul lavoro minorile e la sicurezza dei lavoratori, pur di assicurarsi il miglio prezzo possibile.
Questa “regola” universale, è valida per ogni tipologia di prodotto tessile, dal più prestigioso al più economico, in barba ad ogni sogno moralizzatore e a ogni buon gusto.
Signori sindacati, radical shic, scandalizzati e idealisti… fatevene una ragione!
Vince sempre il DENARO!

Ciò però, non succedeva, quando, il mercato del lavoro, era protetto da forme legislative e doganali che rendevano non “interessante” la migrazione del lavoro. Certo in India così come in Bangladesh o altri paesi del terzo mondo, il lavoro minorile e la scarsa sicurezza sul lavoro erano comunque presenti, ma se non altro, ciò non dipendeva dalle aziende o dai marchi tessili, ...quindi dal guadagno, ma dalle legislazioni e dalle culture di quegli stessi Paesi.
Parallelamente a ciò, il lavoro in senso lato, non rappresentava solo una forma di arricchimento, ma anche e soprattutto una funzione sociale e culturale di ogni Nazione, attraverso la garanzia della completa occupazione della sua popolazione.

Il progresso ottenuto in questi ultimi vent’ anni, con il liberismo quindi, attraverso la globalizzazione del mercato del lavoro, ha totalmente eliminato l’aspetto sociale, culturale e civilizzatrice dell’occupazione, del lavoro, del fare impresa, sostituendo questi valori con la viltà e brutalità del solo interesse, dell’opportunismo, del guadagno. Poco importa insomma se in casa nostra abbiamo migliaia di disoccupati, sostituiti nel terzo mondo da milioni di schiavi bambini o schiavi sfruttati a rischio della loro vita per questioni di sicurezza lavorativa. È il guadagno che conta, del resto, chissenefrega!

Sorrido quindi all’ingenuità di certi idealisti, che pensano di rovesciare questo stato di cose con un milione di firme… che pensano di poter vincolare gli interessi delle grosse multinazionali della moda attraverso regolamenti o sensibilizzazioni etiche… che ritengono di poter vincere una guerra raggiungendo un accordo su buone intenzioni generali ecc. ecc.
Viene da chiedersi da che mondo provengano. Costoro sono terrestri?

Non bisogna comunque prendersela soltanto con chi, pur facendo un errore di valutazione e di intervento, ha evidenziato il problema, che resta ed è ben presente e reale.
Limitandomi a parlare dell’Italia manifatturiera, è opportuno evidenziare che le responsabilità risiedono dell’incuria, nella negligenza e negli interessi dei nostri politici. Il settore tessile, così come ogni altro settore industriale italiano è stato lasciato in balia dell’invasione dei prodotti provenienti dal terzo mondo per l’interesse di pochi e pochissimi. La nostra industria, quella sana e attaccata a suo lavoro, e al valore delle cose ben fatte, non ha avuto nessun sostegno da parte delle istituzioni. Non ci sono state difese al Parlamento Europeo. Così un patrimonio costruito nei secoli, è stato dilapidato in vent’anni ed è oggi praticamente scomparso. Le realtà tessili di Biella e di Prato, diventano emblematica di altre situazioni italiane. Sono città queste, che possono essere indicate a simbolo della situazione disastrosa e forse irreversibile in cui si trova gran parte della piccola, media e grande industria italiana, schiacciata nella morsa, tra mercati sempre più recalcitranti a comprare i nostri prodotti e un sistema bancario che sembra divertirsi a inventare sempre nuove regole per restringere il credito alle imprese.
Quante aziende dovranno ancora chiudere, quante persone dovranno ancora perdere i loro posti di lavoro, quanti giovani italiani dovranno sentirsi inadeguati e quanti schiavi nel terzo mondo dovranno morire prima che qualcuno chieda scusa e ammetta che l’intera politica industriale italiana, europea e globalizzata degli ultimi vent’anni è stato un colossale abbaglio?.

Alberto Conterio
Italia Reale- Stella e Corona

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