sabato 17 maggio 2014

Eurolandia: dopo l’austerità la precarietà



Eurolandia:  dopo l’austerità la precarietà

L’annuncio di qualche settimana fa del Presidente del Consiglio Matteo Renzi di voler effettuare sgravi fiscali ai lavoratori dipendenti e una riduzione del 10% dell'Irap alle imprese per un valore complessivo di 10 miliardi di euro ha ben poco di sensazionale ed innovativo. Si muove infatti sulla linea tracciata da messer Monti. La copertura della manovra verrà in parte attuata aumentando la pressione fiscale agli stessi cittadini, che in parte, solo in parte, sono interessati agli aumenti promessi in busta paga. Il gioco delle tre carte insomma, in cui, i soldi che entrano nella tasca di destra sono usciti poco prima dalla tasca di sinistra o viceversa, ma occorre fare attenzione ad un argomento ben più importante: la parte mancante della copertura!


Renzi spiega che arriverà dalla possibilità di aumentare il rapporto debito/Pil fino al limite del 3% sancito dai trattati europei.
In realtà, se la crescita effettiva del Pil, prevista, sarà ancora una volta inferiore a quanto previsto – come successo gli anni passati e confermato nei dati molto negativi del primo trimestre di quest’anno – questo limite potrebbe essere già superato mentre scriviamo, e quindi potrebbe aprirsi un contenzioso in seno all’Unione europea!
Tuttavia, per ora Angela Merkel non sembra volere insistere su questa anomalia dei nostri conti pubblici. L'attenzione, piuttosto, sembra rivolta all'impegno del governo italiano a realizzare nuove riforme del mercato del lavoro. L’approvazione in questi giorni di una serie di provvedimenti raccolti in un Decreto dal titolo “disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell'occupazione …” , sembrano confermare questa ipotesi, che del resto era stato previsto dal "monito degli economisti" pubblicato lo scorso 23 settembre sul Financial Time. Questo documento prevedeva infatti che per fronteggiare la crisi dell'eurozona si sarebbe presto passati da politiche di austerity (malviste dai cittadini di mezza Europa) a scommette su politiche di ulteriore flessibilità dei contratti di lavoro.

La riforma che in questi giorni è stata approvata senza che vi siano state particolari discussioni in Parlamento, grazie all’uso indiscriminato e colpevole dei voti di fiducia, si sta movendo, guarda caso, in questa direzione con grande scorno del sindacato!
Purtroppo nemmeno questa ricetta trova riscontri adeguati: la ricerca economica ha infatti evidenziato che la flessibilità dei contratti da un lato agevola la creazione di posti di lavoro ma dall'altro favorisce la loro distruzione, determinando così un effetto finale del tutto incerto o pari a zero sul livello di occupazione. L’occupazione, a parità di capacità produttiva è direttamente proporzionale alla quantità di lavoro disponibile. Se il lavoro non c’è, non viene creato con un grado maggiore di flessibilità dei contratti. Questa flessibilità però serve a creare ulteriore insicurezza tra i lavoratori, favorendo quindi il clima ideale per la riduzione di salari e stipendi.
La momentanea maggior competitività delle aziende ottenuta in questo modo (sempre che ciò avvenga nella misura necessaria) verrà in breve vanificato da una ulteriore contrazione dei consumi interni, dato dal minor reddito delle famiglie italiane, in una spirale volta alla distruzione della nazione.

Occorre poi riflettere, che la tanto invocata flessibilità del mercato del lavoro è nemica della produttività e della qualità della produzione. Personale demotivato da salari da fame, dall’insicurezza sulla continuità del rapporto di lavoro e dalla palese discriminazione nei confronti di lavoratori tutelati da alte forme di contrattazione, non avrà mai lo stimolo necessario a perseguire una produttività elevata, e meno che mai avrà lo stimolo a fare del suo lavoro un lavoro di qualità.
Perché perseguire questa strada quindi?
Perché la grande industria, o le grandi multinazionali, grazie alla estrema parcellizzazione del ciclo produttivo, non hanno bisogno di lavoratori con una esperienza provata, motivati e fedeli, ma al contrario, hanno bisogno di bassa manovalanza da pagare il meno possibile. Ancora una volta insomma, si sta mettendo in campo un provvedimento nemico della piccola e media impresa che caratterizza il tessuto industriale italiano! Lo scopo resta la deindustrializzazione dell’Italia e la distruzione della sua società?
Saccenti euro sognatori, in buona o malafede, rispondono che queste riforme in Germania hanno dato risultati sorprendenti! E non potrebbe essere differente dal momento che la Germania, ha visto nascere l’euro come un vestito cucito su misura, potendo contare su un immediato vantaggio di cambio (come se il suo marco avesse svalutato del 15-20%) e partendo da salari e stipendi superiori alla media europea, ha giocatola carta della deflazione salariale (senza averne bisogno e senza che la gran massa dei lavoratori tedeschi ne potesse risentire oltremodo) per acquisire un ulteriore vantaggio a tutto favore delle sue esportazioni.
Le riforme del mercato del lavoro tedesco hanno infatti determinato una crescita salariale molto inferiore alla crescita media dei paesi dell'eurozona, aumentando a parità di costi il numero degli occupati, a scapito degli altri paesi europei. Anche per questo, pensare di riequilibrare la bilancia occupazionale inseguendo il modello tedesco come fatto da Matteo Renzi è un'illusione, in quando il gap, è ormai insanabile con questo tipo di intervento, a meno di non tagliare le retribuzioni tout court del 40/50%, come inizialmente richiesto della dirigenza Elettrolux!
Dovremmo arrivare a tanto? Quale sarà il costo economico? Quale quello sociale?

Sembra chiaro a questo punto che il governo italiano naviga a vista, oppure risponde a logiche e linee guida dettate altrove. Gli interventi proposti, sono tutti di natura normativa, insufficienti o inutili ad incidere sulle grandi strategie che hanno peso sulle dinamiche del sistema economico.
Interventi che non incidono sulla creazione del lavoro, ma regolano quello presente e in costante calo in altro modo:
Tempi diversi per i contratti a tempo determinato e diverse modalità di rinnovo, riduzione dei vincoli in tema di apprendistato e diversa disciplina delle retribuzioni, diversa regolamentazione del Durc (dichiarazione unica di regolarità contributiva) e poi ammortizzatori sociali, pubblica amministrazione e non meglio identificati incentivi alle imprese .
Tutto questo, senza che la Legge Fornero sia abiurata in toto, e di cui non è chiaro cosa rimarrà.
Gli esodati restano senza risposta, e la cassa integrazione, ormai anacronistica, non tutela più l’occupabilità, bruciando risorse pubbliche preziose senza nulla dare in cambio.

L’aspetto più allarmante quindi risiede non tanto nel contesto ambientale europeo, che potrei definire ormai una tonnara, dalla quale si esce soltanto strappando la rete, ma nel metodo con cui ancora oggi, il governo italiano, completamente asservito agli interessi eurocratici tenta di affrontare il pericolo: ossia, la convinzione che i problemi di occupazione, di lavoro e di reddito dei cittadini si possano risolvere per via normativa, aggiungendo o modificando qualche regola, senza pensare di incidere sulle cause della crisi economica stessa: La moneta unica.
L’euro, moneta forte, non adatta ad una economia come la nostra, sta producendo disoccupazione perché ha completamente annullato la competitività della nostra industria, impedendo la vendita dei nostri prodotti all’estero e sul mercato interno.
Non si tratta più di capire la fregatura, si tratta di agire di conseguenza. Se ciò non viene fatto non è per ignoranza; si tratta di alto tradimento nei confronti dell’Italia e del popolo italiano!
Il 25 maggio, l’unico voto utile è un voto contro la moneta unica!

Alberto Conterio - 17.05.2014

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