lunedì 7 maggio 2018

La falsa rivoluzione del 1968


La falsa rivoluzione del 1968
Cinquantesimo anniversario da non ricordare

Purtroppo quest’anno, ricorre il cinquantesimo anniversario della rivoluzione socio culturale detta del ’68.
Il movimento nacque originariamente a metà degli anni sessanta negli Stati Uniti e raggiunse la sua massima virulenza nell'Europa occidentale nel 1968, soprattutto in Francia nel mese di maggio, conosciuto appunto come “Maggio francese”.
Inutile girarci intorno o tentare di sminuire questo evento:  fu un taglio netto con l’ordine precostituito precedente. Una linea di demarcazione che separò da quel momento il passato dal futuro.

In tutto ciò, mi sento comunque bene con me stesso. Con tutti i disastri di cui la mia generazione è stata responsabile e testimone, questo fortunatamente, non può esserci attribuito. Aquella data, eravamo ancora dei bambini. Ciò non toglie che le grosse sfide che oggi la nostra stessa generazione è chiamata ad affrontare, quali l’aborto, l’omosessualità, l’agenda gender, l’eutanasia e altre ancora, trovano le loro radici proprio in quel periodo.


Analizzando con attenzione, possiamo affermare che non si può considerare questa rivoluzione, come un movimento della base contro l’ordine costituito del capitale come la si vuol far credere, ma una rivoluzione che ha utilizzato la base per eliminare dall’ordine costituito ciò che era di intralcio allo sviluppo più sfrenato del capitalismo.
Fino a quel momento, a partire dalla rivoluzione industriale, le regole del mondo moderno si basavano sullo scontro di classe, come ben specificato con la pubblicazione a Londra, del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels. Nonostante tutto però, anche Marx ed Engels, non erano certo originali, in quanto avevano semplicemente ridefinito i criteri e le denominazioni dello scontro classico tra oppressi ed oppressori.

Con la rivoluzione industriale, questo scontro viene focalizzato tra la classe della borghesia e del proletariato. La borghesia, classe rivoluzionaria per eccellenza a partire dal basso medioevo, si trova proiettata nell'età moderna, dopo aver annientato la struttura economica e politica allora esistente. Un sistema economico ormai inadeguato ed obsoleto al frenetico ritmo dell’industria e del commercio, e si consacra classe dominante a tutti gli effetti, essendo in costante ascesa sociale. Anche il proletariato però, traeva beneficio da ciò. Edizione moderna della vecchia e superata servitù della gleba, grazie al raggruppamento e all’organizzazione stabile delle grandi industrie, acquisisce la cognizione della sua forza organizzandosi in corporazioni e sindacati, aspirando e trovando anch’essa in molti casi un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Due classi in lotta, che traevano però origine dalle stesse umili condizioni di partenza, e per questo accomunate dalla stessa morale e dalle stesse regole.

Al contrario, tutti coloro che fino all’avvio della rivoluzione industriale, potevano dirsi grandi e potenti, la grande aristocrazia, i latifondisti, e magnati della finanza, i grandi armatori ecc. presi alla sprovvista da questo fervore, e pur mantenendo i privilegi propri della loro classe, diventano sicuramente meno importanti, per certi versi anche superflui allo sviluppo della società. Uno sviluppo per il quale non provavano necessità e interesse.

La rivoluzione del ’68 insomma, è la rivincita di costoro. La rivoluzione del ’68 è l’emancipazione del grande capitale… per il capitalismo. Un capitalismo assoluto, in cui si possa tornare alla situazione stabile di oppressi ed oppressori di antica memoria, procedendo alla distruzione di ogni valore precedente per azzerare la storia.
Non è un caso che il ’68 sia definita, rivoluzione post borghese e post proletaria, perché è contro queste due classi che viene scatenata.

La rivoluzione del ’68 quindi, viene attuata per eliminare tutti i valori del mondo borghese e di conseguenza i valori del mondo proletario, che sono in fondo i valori del buon senso comune:
Il matrimonio, la famiglia, lo Stato nazionale, la religione, il lavoro fisso, i diritti sociali di base.

Si avvia nel ’68, la lotta contro l’autorità, in quanto Nazione o confine che limita i mercati; contro il Padre di famiglia che rappresenta l’origine e la storia, per togliere agli individui i punti fissi di riferimento; la lotta contro la stessa famiglia, che rappresenta il nucleo della società organizzata, l’ammortizzatore sociale naturale degli individui, dove nascere e crescere protetti; contro il modello dei diritti dei lavoratori organizzati, quale difesa al lavoro stabile e dignitosamente pagato e infine, la lotta ai valori etici e religiosi, dalla quale le persone traggono il cibo per l’anima, tanto immateriale quanto necessaria a fare la differenza tra persone e bestie.
Tutto ciò serve a creare l’uomo nuovo… perfetta pedina senza ricordi, senza valori, senza riserve etiche, facile preda della nuova “religione”: il libero mercato.

Gli slogan urlati di allora, “vietato vietare”, o “godimento individuale illimitato” rappresentano la punta della lancia con la quale il grande capitale opera il sistematico abbattimento delle barriere e delle limitazioni, contribuendo ad allentare prima e distruggere poi il tessuto sociale coeso “del gruppo”, dalla quale le persone, seppur “limitate” traevano beneficio e forza dalla collettività, per varare una società fatta di individui singoli, sicuramente più liberi, ma soli davanti alle avversità del mondo.
Guarda caso, in occidente, la finanza, e le multinazionali da allora non hanno più smesso di crescere in dimensioni e forza, arrivando ormai a controllare non solo il mercato, ma le stesse economie e politiche nazionali.

Concludendo, le rievocazioni e le manifestazioni in ricordo di questa sciagura, sono ridicolaggini vergognose di quel residuo di società, che già allora non era in grado di vedere oltre il proprio naso. Persone usate come burattini contro il loro stessi interessi, che oggi rappresentano il passato remoto di un futuro che non avevamo bisogno di cercare. Un futuro che alla luce di quanto oggi succede ha cancellato il vero futuro alla quale aspiravamo per migliorare non solo le nostre condizioni di vita ma la nostra stessa interiorità. Invece di ricordare, sarà bene dimenticare e rivedere totalmente la nostra organizzazione e la nostra società per azzerare il pericolo di dover presto soccombere a tutto e a tutti.

Alberto Conterio - 07.05.2018

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