80 anni di repubblica?
Miti e risultati…
Ho impiegato qualche giorno a metabolizzare la solita data del 2 giugno e la ricorrenza dell’80 anniversario di questa repubblica. L’ultima volta che scrissi due righine su questa data fu nel 2018. Da allora è passata molta acqua… il Covid, la guerra in Ucraina, una serie quasi infinita di operazioni militari sioniste/americane, la propaganda di guerra dell’Unione Europea ecc. Nonostante ciò il mondo è andato avanti, ma non la repubblica italiana.
Come sempre, mi sono svegliato presto, ho portato Zaira
(il cane di casa) a fare una passeggiata, sono rientrato e dopo aver fatto
colazione, ho staccato dallo studio la bandiera d’Italia e l’ho posizionata con
cura sul portabandiera della balconata esterna, fissandola con nostalgia
melanconica.
A quell’ora la brezza mattutina aveva già lasciato il passo ad un discreto venticello che ha gonfiato questa reliquia mettendo bene in mostra lo stupendo Stemma Sabaudo. Ho salutato militarmente stando per un attimo sull’attenti e poi via, alle solite faccende di casa, consapevole di aver collegato degnamente gli ideali miei con la storia della Patria della quale mi sento orgoglioso di appartenere, senza nascondere al vicinato di essere Monarchico. Non l’ho mai fatto, e tutti i miei vicini ormai sanno, nel bene e nel male che per me il 2 giugno rappresenta il giorno più buio della nostra storia unitaria. Niente festa quindi… solo un ordinario giorno per ricordare, per riflettere!
Quali sono i successi dopo 80 anni di repubblica? Il
risultato è chiaramente negativo.
Un paradosso questa repubblica, che dimostra la sua
indecenza fin dai suoi principi fondanti. Prendiamo l’articolo uno della
costituzione del 1948 (…la più bella del mondo no?).
Questa repubblica si dichiara fondata sul lavoro vero?
Quale lavoro? Di chi? Fateci caso, gli operai sono
praticamente scomparsi dallo scenario politico e sociale di questo Paese, e tutto
questo non è una novità degli ultimi anni. È da metà degli anni ottanta del
secolo scorso che la classe operaia in Italia viene sospinta ai margini del
sistema. Chi in quegli anni affermava che la campagna ideologica per la
supremazia dell’impresa e del mercato serviva a distruggere il salario, i
diritti e la stessa dignità sociale degli operai, veniva tacciato dal sistema
politico e mediatico e dagli stessi gruppi dirigenti di CGIL CISL UIL di vivere
nel passato. Ma costoro ci vedevano benissimo.
Oggi infatti “godiamo” di ingiustizia sociale,
oppressione e sfruttamento consolidati. Difficile far comprendere ciò alle
nuove generazioni che si affacciano al mondo del lavoro oggi, ma chi come me è
stato testimone di un’epoca in cui gli operai erano il punto di partenza del
riscatto di una società che evolveva e si sviluppava, inorridisce!
Oggi gli operai, quando sono ancora presenti, vivono in
un limbo, un purgatorio, dove può succedergli di tutto, senza che ci sia una qualsiasi
possibilità di impedirlo!
Ormai si parla di operai solo in poche e determinate
occasioni, quali gli incidenti sul lavoro. Ma devono essere mortali, in quanto
l’aumento degli incidenti in generale (statisticamente rilevati) sarebbe
troppo.
Poi si parla di operai quando questi sono in procinto
d’essere licenziati. Ciò è tanto normale che si è arrivati al punto che i
responsabili delle aziende che licenziano, non sentono più nemmeno la necessità
di giustificarsi… anzi; vi sono aziende che hanno tranquillamente avuto il
coraggio di dichiarare che i licenziamenti servivano ad incrementare i
profitti. Non parliamo poi della delocalizzazione: dov’era la politica e
dov’erano i sindacati quando le multinazionali hanno distrutto il sistema
industriale italiano in cerca di mano d’opera a più buon mercato, ricevendo
anche degli incentivi per farlo?
E dov’era la Presidenza della repubblica quando la
Costituzione era così palesemente disattesa?
Quando Giuseppe Di Vittorio che partecipò all’Assemblea
Costituente dalla quale nacque la Costituzione repubblicana affermò che la stessa
doveva entrare nelle fabbriche, altrimenti sarebbe stata lettera morta diceva
il vero!
Oggi questa Costituzione non è presente nel mondo del
lavoro, altrimenti non sarebbe possibile colpire i salari e i diritti dei
lavoratori in questo modo vergognoso.
Chi non è un operario dovrebbe comprendere di non essere
estraneo o immune a quanto succede ai lavoratori, perché contemporaneamente a
salari e diritti di questi si colpiscono anche le libertà di ognuno di noi!
Si parla ancora degli operai negli studi e nelle analisi sociopolitiche.
I più illustri studiosi vengono periodicamente a spiegarci l’acqua calda e cioè
che la classe operaia non si senta più rappresentata da nessuno e che è in gran
parte responsabile del forte assenteismo al voto degli ultimi decenni.
Fanno tenerezza costoro… ci vuole uno studio accademico
per scoprire che la soppressione della centralità politica della classe operaia
è causa della profonda crisi in cui versa la nostra democrazia?
E come potrebbe essere diverso: nessuno si preoccupa
degli operai, soprattutto quando lavorano.
Ma come lavorano?
Nei luoghi di lavoro, molto spesso ormai dominano il
ricatto e la paura. I lavoratori non sono liberi di poter esprimere il proprio
pensiero, di criticare l’azienda, di avanzare rivendicazioni. Quando ciò
succede, anche indirettamente, si viene cacciati!
Le direzioni aziendali arrivano a spiare ciò che scrivono
i loro dipendenti sui social e a prendere provvedimenti drastici, quando “non
si comportano bene”.
Dopo tutto, mi stupisco ancora: la maggioranza quasi
assoluta della gente non riesce a fare due più due, e a migliaia hanno
affollato i margini della “grande parata del 2 giugno” a Roma, applaudendo
soddisfatta. Gente intontita da decenni di bugie, inganni e falsità, che non si
accorge più di nulla perché "creata" così, senza memoria storica.
Come coloro che avevano promosso la modifica della Costituzione nel 2016, senza
riuscirci, e che in questi giorni hanno manifestato "in sua difesa".
Il caos e la repubblica si tengono per mano, parafrasando
il celebre detto di Pietro Nenni, mentre la propaganda di regime ama abbinare
alla parola repubblica i termini democrazia e libertà.
Allora come non ricordare le parole finali del sonetto “A
Umberto” di Aldo Fabrizi: “(…) mejo che a parlà de Libertà se sonino più piano
le campane”.
Alberto Conterio - 13.06.2026

